Crescita Infelice o Decrescita Felice ?
11 aprile 2014

“Se la Crescita producesse automaticamente il benessere, dovremmo vivere in un vero paradiso da tempi immemorabili. E invece è l’inferno che ci minaccia”
(Serge Latouche)
Paradossalmente, non sempre la crescita è sinonimo di benessere, anzi il disagio ambientale è l’altra faccia dello sviluppo economico. Maurizio Pallante e Serge Latuoche, i più grandi precursori della “Decrescita Felice” in Italia e in Europa, criticano aspramente il concetto di ‘crescita’ basata sullo
sviluppo sostenibile. Infatti, loro affermano che è impossibile consumare sempre di più per non scalfire l’economia e allo stesso tempo rispettare
l’ambiente in cui viviamo.
Più consumiamo e più produciamo rifiuti, sprechiamo risorse naturali anziché riutilizzarle, e il Movimento Decrescita Felice, sorto in Italia agli inizi del millennio, si pone l’obiettivo del riutilizzo come modus vivendi. Lo stile di vita sobrio, l’autoproduzione dei beni e la rilocalizzazione del-l’economia sono alla base di questa filosofia di vita.
L’autoproduzione di un bene, che va dalla semplice fermentazione di uno yogurt fatto in casa fino ai pomodori coltivati con metodo idroponico, permette l’abbattimento di un iter di produzione di inquinamento non indifferente. La sobrietà tende a una diminuzione della produzione di beni inutili e a ridistribuire equamente il lavoro utile. Ciò ci permetterebbe di ridurre gli orari di lavoro e avere più tempo da trascorrere con i nostri cari.
Lo stile di vita Sobrio nasce da due tipi di consapevolezza: il senso del limite e quello della possibilità. Adottare questo stile di vita a basso impatto ambientale non vuol dire ritornare alle candele, al contrario, significa adottare una politica energetica che porti anche a nuovi posti di lavoro (ex: riqualificazione energetica
degli edifici).
Infine, la rilocalizzazione dell’economia a livello locale si persegue favorendo la crescita di realtà come il GAS (gruppi di acquisto, organizzati spontaneamente, che partono da un approccio critico al consumo) e lo SCEC (buoni per ottenere una riduzione di prezzo che gli associati decidono di farsi reciprocamente). Sono queste realtà che favoriscono le produzioni locali e non le GDO e creano un rapporto diretto produttore/consumatore che porta solo a migliorare la qualità dei beni. Riformare la società odierna tramite questo modello può apparire impossibile. Nessuno dice che sia semplice, soprattutto quando abbiamo contro i poteri forti che impongono il pensiero unico del “consumo”, quindi non ci resta che incominciare dal basso con dei piccoli gesti.